Oggi parte il carrozzone sportivo delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Un evento planetario che coinvolgerà oltre 3.500 atleti da più di 90 Paesi, con una copertura mediatica stimata in miliardi di spettatori e un investimento complessivo che supera i 5 miliardi di euro tra infrastrutture sportive e opere collegate. Eppure, nel Villaggio Olimpico destinato agli atleti, il luogo in cui si dorme, si recupera, si vive nei giorni decisivi della competizione, non è stato previsto un impianto di aspirapolvere centralizzato. Un’assenza che pesa, perché non riguarda il comfort accessorio ma la salubrità degli spazi in cui atleti d’élite preparano le loro prestazioni. E pensare, invece, che in questi giorni il dibattito pubblico si è acceso attorno alla presenza del bidet, sacrosanto per carità, nessuna discussione. Ma la domanda vera è un’altra: quanto incide una pulizia inadeguata sulla qualità dell’aria e sul benessere psicofisico di chi deve competere ai massimi livelli? Micropolveri e prestazioni: dati noti, scelte ignorate Gli effetti delle micropolveri negli ambienti chiusi sono ampiamente documentati e rientrano nei parametri della Sick Building Syndrome, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Irritazioni delle vie respiratorie, affaticamento, cefalee, riduzione della capacità di concentrazione. Condizioni incompatibili con un contesto che dovrebbe rappresentare l’eccellenza assoluta del benessere umano. Secondo l’OMS, l’aria indoor può risultare fino a cinque volte più inquinata rispetto a quella esterna, soprattutto in edifici ad alta efficienza energetica, come quelli nZeb del Villaggio Olimpico, dove l’involucro è estremamente performante ma la gestione delle polveri viene sottovalutata. Eppure, ancora una volta, la progettazione si ferma all’involucro. Grande attenzione agli impatti “oggi” della costruzione, zero emissioni, tempi record, 30 mesi per la realizzazione del complesso, ma scarsa visione sulla vita dell’edificio nel tempo e sull’uso reale degli spazi. Ambiente indoor e performance atletica, una correlazione dimostrata Nel mondo dello sport, il concetto di benessere ambientale non è un’opinione ma una variabile misurabile. Numerosi studi in ambito sport science evidenziano come la qualità dell’aria indoor influisca direttamente su recupero muscolare, qualità del sonno, risposta infiammatoria e capacità respiratoria. Parametri che, per un atleta, a qualunque livello, fanno la differenza tra un gesto tecnico impeccabile e una prestazione compromessa. La presenza di polveri sottili e micropolveri negli ambienti chiusi è associata a un aumento dello stress ossidativo e a micro-infiammazioni delle vie respiratorie, condizioni che incidono negativamente sulla VO₂ max e sui tempi di recupero. Non a caso, centri di allenamento d’élite, cliniche sportive e strutture di medicina dello sport investono sempre più in ambienti controllati, dove la gestione delle polveri è parte integrante del progetto. Alla luce di queste evidenze, risulta difficile sostenere che la qualità dell’aria negli spazi abitativi degli atleti sia un fattore secondario. In un contesto olimpico, trascurare la pulizia come elemento strutturale significa accettare un margine di rischio che lo sport di vertice, per definizione, non dovrebbe permettersi. Il caso Tortona dimostra che un’alternativa esiste Non si tratta di teoria. Esistono esempi concreti e virtuosi. Tra i più recenti, vale la pena ricordare la Cittadella dello Sport di Tortona, struttura che ha fatto una scelta opposta, integrando un sistema di pulizia centralizzato come parte dell’infrastruttura dell’edificio sin dalla prima stesura di progetto. Un complesso pensato per ospitare atleti, pubblico e attività continuative, dove la qualità dell’aria è stata considerata un fattore funzionale e non un dettaglio. Superfici contaminate e ricircolo di micropolveri Pochi giorni prima dell’inaugurazione, alcuni atleti hanno contratto il norovirus, un agente patogeno altamente contagioso, noto per la sua capacità di diffondersi anche tramite superfici contaminate e particelle aerodisperse. In ambienti ad alta densità abitativa, la gestione delle polveri e dei residui organici diventa un fattore critico di prevenzione. È chiaro, l’aspirapolvere centralizzato non è una panacea. Ma è altrettanto evidente che non rimettere in circolo l’aria aspirata, come accade con i sistemi tradizionali portatili, avrebbe contribuito a ridurre il carico di contaminanti indoor, migliorando la qualità dell’aria negli spazi comuni e nelle aree residenziali. Un’eredità che nasce già vecchia Il Villaggio Olimpico di Milano non è un episodio temporaneo. Terminati i Giochi, sarà riconvertito per rispondere alle esigenze dell’edilizia studentesca, in un contesto di domanda abitativa emergenziale che riguarda migliaia di persone ogni anno. Proprio per questo, la mancanza di una visione sulla salubrità dell’aria indoor appare ancora più grave. Se un edificio nasce senza considerare la gestione delle pulizie come parte integrante dell’impiantistica, trascina questo limite per sempre. Se nemmeno un evento di questa portata riesce a dare l’esempio su cosa significhi progettare davvero il benessere psicofisico delle persone, la domanda è inevitabile: dove vogliamo andare? Le Olimpiadi celebrano il futuro. Ma senza una cultura della qualità dell’aria indoor, rischiano di raccontare un presente ancora drammaticamente acerbo.